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Ideologia e
dottrina dell'assolutismo Problemi
non facili da affrontare. Un grande dibattito è aperto in seno alla storia
politica e sociale su questo argomento e ha ormai valicato i confini della
cultura accademica francese sino a coinvolgere storici russi, inglesi,
americani. Porchnef, poi Mousnier, poi Lublinskaya, Trevor-Roper, poi
Palmer, vi sono a volta a volta intervenuti con il conforto di copiosa
documentazione e di intuizioni stimolanti; la «querelle» è ancora aperta.
In sostanza si tratta di sapere se il punto di partenza dell'assolutismo
francese (prima metà del XVII secolo) debba identificarsi con un
tentativo, da parte del potere sovrano, di garantire l'ordine feudale
minacciato dai fermenti di una nuova economia, oppure se la corona, lungi
dal rappresentare un elemento di resistenza, sia stata un elemento di
stimolo del nuovo corso e quindi la naturale alleata dei ceti borghesi. In
altri termini si tratta di sapere quale è l'intima vocazione della
monarchia francese e dell'assolutismo di Francia e quale segno abbia il
confronto sociale che si nasconde dietro all'ondata di rivolte contadine
della prima metà del XVII secolo: nobiltà e feudalità da un lato contro
monarchia e ceti borghesi, oppure nobiltà-monarchia-ceti borghesi (il
«fronte della classe») contro le masse contadine sospinte dall'esasperata
ricerca di un nuovo ordine economico? Il problema è da risolvere. E
tuttavia un contributo importante potrebbe essere offerto dallo studio più
accurato e rinnovato del pensiero politico, delle dottrine politiche,
della mentalità e vocazione politica di ceti e classi sociali. È
un'ipotesi di ricerca e un impegno che si segnala, ma che evidentemente
qui non si può soddisfare. Questa breve premessa e il richiamo al
dibattito in corso valgono tuttavia a dare l'esatta misura delle ambiguità
che si celano dietro il problema dell'assolutismo e permettono di
affrontare in una giusta luce, che è quella della complessità e
dell'ambiguità, il pensiero e le dottrine politiche che hanno tentato una
teorizzazione del potere monarchico nella Francia del XVII secolo.
Incominciamo col dire che sotto il concetto di assolutismo si celano, e
per suo tramite si scoprono, dimensioni diverse e ben distinte; quelle di
monarchia e di Stato le quali a loro volta hanno volti molteplici. Nel
pensiero politico del XVII secolo Stato e monarchia si fronteggiano, si
legano tra loro, si saldano e si identificano. Ogni strato sociale ha la
sua rappresentazione della monarchia, istituto antico quanto la Francia
stessa, e poi in queste concezioni solide e ben sedimentate si innestano
le nuove immagini del potere, cioè dello Stato, di quel patrimonio che ha
un che di astratto e collettivo e che si scinde progressivamente dalla
persona fisica del monarca, dal suo dominio e patrimonio personale. È tra
questi fantasmi dell'ideologia che occorre orientarsi per definire
l'assolutismo, poiché in fondo il pensiero e l'ideologia dell'assolutismo
è il risultato di un complicato confronto tra la nascita dell'idea di
Stato e la tradizionale immagine della monarchia, un confronto nel quale
quest'ultima finirà per soccombere. Occorre innanzi tutto ricordare che
in Francia l'istituto monarchico e la persona fisica del monarca stesso è,
in termini di mentalità e di vissuto collettivo, una sorta di «dimensione
totale» di tutto ciò che è politico. La monarchia francese è la più
vecchia d'Europa e, in virtù della dinastia Carolingia, si ricollega
all'antichità classica e all'idea dell'impero; essa occupa l'intero tempo
storico e non esiste un modo di pensare politico che non sia (ancora nel
1789) all'interno della dimensione monarchica. Ai livelli più profondi
della mentalità collettiva il re è vissuto come un'autorità quasi mitica;
da sempre la sua persona, come il suo sangue, hanno carattere di
sacralità; i re di Francia compiono miracoli e hanno il dono di guarire
gli ammalati, sono per definizione «maìtres», cioè padroni, sono garanti e
addirittura autori della convivenza sociale. Ancora: la storia di Francia
è prima di tutto storia della genealogia della casa regnante e,
mentalmente, il tempo storico si scandisce sui regni dei singoli
monarchi. Il patrimonio della corona è infine vissuto come un
patrimonio materiale e spirituale al tempo stesso. E tutto ciò fornisce,
da sempre, contenuti etici alla regalità i quali travalicano la persona
fisica del singolo regnante. È dunque all'interno dell'istituto monarchico
e dei contenuti etici che ad esso si collegano che lavorano giuristi e
pensatori politici nell'intento di definire non solo e non tanto la natura
del potere del re in astratto, ma in concreto a chi, e cioè a quale
condizione sociale, il re e la regalità sono più vicini, a chi il loro
sacro patrimonio più direttamente appartiene. E poiché agli occhi dei
nostri autori e nella coscienza politica del tempo le dimensioni sociali
sono, come si è detto, Clero, Nobiltà, Terzo Stato questa corsa
all'appropriazione si compie su tre fronti, in pratica su due; si dibatte
insomma per sapere se il potere sacro del re è, nella sua struttura
(origine, legittimazione, modalità di gestione, ecc.), più inerente alla
nobiltà o al popolo, agli ordini privilegiati o ai cittadini
comuni. Ecco almeno due volti della monarchia. Vi è un monarca
aristocratico, quello della nobiltà, e vi è un altro monarca, quello più
indefinibile, delle popolazioni contadine, delle grandi masse dei sudditi.
La nobiltà (soprattutto quella di corte e di spada) rivendica un
condominio del potere monarchico. Essa ritiene la persona del re parte
integrante del primo ordine sociale in virtù di una sostanziale identità
di funzioni: il monarca altro non sarebbe che un capo (per taluni
addirittura eleggibile) guerriero di un ordine guerriero, insomma, essendo
il re nobile, la nobiltà appartiene al monarca e il monarca alla nobiltà.
I sovrani di antico regime e Luigi XVI stesso indulgono a volte in questa
convinzione, ed è per questo motivo che la nobiltà trova sempre nel
monarca di Francia un naturale alleato. Ai livelli più bassi e nella
cultura popolare il volto della monarchia è diverso. La figura paterna e
sacrale del re si impone come immagine mitica e raccoglie le speranze di
giustizia e di pace degli umili, è un punto di riferimento collettivo che
assicura e spiega la convivenza sociale. Vi sarebbe una vera e propria
«religione della monarchia» in virtù della quale la persona fisica del re
e la sua autorità diviene il baluardo contro il sopruso e la
prevaricazione dei forti. Accanto a queste visioni, così
strutturalmente diverse, della monarchia tradizionale, ben sedimentate
nella mentalità di Antico regime, il XVII secolo ne conosce di nuove. Esse
conseguono al rapido corso della storia economica e sociale dei secoli
XVI-XVII, all'affermarsi della dimensione nazionale dei mercati,
all'ingigantirsi degli apparati burocratici, in definitiva all'affermarsi
dello Stato moderno. Queste nuove visioni si riscontrano per lo più in
quei ceti che appunto non trovano spazio nella esclusiva ideologia
aristocratica e nella netta polarità del sistema della società feudale e
rurale. Ecco allora la monarchia-Stato; un potere libero di organizzare la
convivenza sociale in relazione al mutarsi delle condizioni di esistenza
materiale nel regno, una concentrazione di potere che non conosce limiti
né nella tradizione né nelle forze operanti in seno al corpo sociale,
infine un potere autocratico che rivendica assoluta autonomia dalla
nobiltà e dal popolo e trova il suo centro esclusivamente nella volontà
razionale del monarca o addirittura nel suo libero arbitrio. È appena
il caso di ricordare che solo a partire dal XVII secolo nel pensiero
giuridico e politico europeo, l'idea di stato assume dei contenuti che ne
determinano, grosso modo, la dimensione moderna se non attuale. Il
tradizionale potere supremo di comandare, di coercire, di imporre si
connette strettamente a quello di legiferare inteso in senso nuovo come
processo di invenzione e di libera elaborazione politica, come libertà di
progettazione del definire le forme e i contenuti della sociabilità e
libertà di produrre in modo autonomo l'architettura della convivenza, di
imprimere mutamento al corpo sociale e governare il mutamento
stesso. Abbiamo così individuato almeno tre volti della monarchia di
Antico regime i quali celano altrettante vocazioni politiche ed
evidenziano tensioni e conflitti latenti. Al centro di questo fuoco
incrociato si situa l'istituto monarchico, cioè il re stesso, la casa
regnante, il governo, l'apparato che da questo dipende. Di volta in volta,
a seconda dei luoghi, delle circostanze, del prevalere dell'una o
dell'altra forza sociale la monarchia di Francia assume uno o più di
questi volti. Le ambiguità dell'assolutismo si celano proprio qui, nella
coesistenza di dimensioni molteplici all'interno dell'istituto monarchico
e nella difficoltà di conciliarle. Ci si trova spesso in presenza di un
gioco di specchi che rende difficile l'interpretazione; le dottrine
dell'assolutismo sono articolate, diverse, contraddittorie tra loro e al
loro interno. Esse riverberano tutti i problemi della transizione tra modi
e produzione di organizzazione sociale e politica opposti e tuttavia in
parte coesistenti. Monarca aristocratico, monarca autocrate e libero da
ogni vincolo nella gestione del potere, religione della monarchia permeano
le dottrine di Richelieu, Luigi XIV, Bossuet, tutti teorici
dell'assolutismo eppure assai distanti nella pratica di governo e nella
storia del potere l'uno dall'altro. L'analisi delle loro dottrine può
illuminare la ideologia dell'assolutismo.
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Stato d'uffici e Stato
di commessi Nel Testamento politico
di Richelieu viene proposta una gerarchia sociale piuttosto articolata. Il
clero naturalmente occupa il primo posto e la Nobiltà è la condizione
sociale più eminente del Regno, è il «nerbo dello stato» e ne garantisce
la forma monarchica; tuttavia una grave limitazione è imposta alle
funzioni della aristocrazia, essa sarà esclusivamente militare e quindi la
strada verso il potere politico e l'occupazione indiscriminata di quei
posti nell'apparato dello Stato le è preclusa. Al di sotto di queste
eminenti dignità si collocano «ufficiali di giustizia» e «ufficiali di
finanza»; a loro volta queste funzioni implicano articolate gerarchie
interne. Poi viene il popolo per il quale è prevista una necessaria
condizione di inferiorità: «Tutti i politici sono d'accordo che qualora i
popoli avessero troppo benessere, sarebbe impossibile contenerli nelle
regole del loro dovere. Il fondamento di ciò è che possedendo meno
conoscenze degli altri Ordini dello stato, i quali sono assai più colti e
istruiti, se non fossero trattenuti da reali necessità, difficilmente
potrebbero mantenersi nei principi che sono loro prescritti dalla ragione
e dalle leggi. Se fossero immuni dai tributi penserebbero di esserlo anche
dall'obbedienza. Occorre compararli ai muli che essendo abituati al basto,
si rovinano più per un lungo riposo che non per il lavoro». Questo
rigoroso assetto gerarchico si spiega e si giustifica con la convinzione
che l'organismo sociale è dominato da un solo ed esclusivo potere: quello
dei re. Ciascuna condizione diviene allora un servizio, una funzione
pubblica. Per Richelieu è la legge del potere a dettare l'organizzazione
sociale e non viceversa. In sostanza la visione e la proposta politica di
Richelieu è quella di uno «Stato di uffici» che, spezzando il rigoroso
concetto di classi sociali contrapposte (proprio dell'aristocrazia)
consenta il dilatarsi delle funzioni del monarca e assicuri un'unica
organizzazione politica e amministrativa della collettività. È questo il
punto al quale si giunge nel tentativo di mediare tra monarchia
tradizionale (diciamo monarchia-potere) e la nuova visione del potere
monarchico, cioè lo Stato (monarchia-Stato). Le pubbliche funzioni
divengono allora parte del corpo della monarchia, propaggini della
regalità. Il re, signore e padrone del regno, unico detentore del potere,
cede e vende le funzioni pubbliche e chi ne è detentore si colloca nella
gerarchia sociale in una posizione particolare di vicinanza o lontananza
dal potere a seconda delle competenze che ha facoltà di svolgere. Il
concetto di dignità personale (cioè di onore) si connette pertanto
strettamente a quello di funzione pubblica: l'uomo pubblico ai vari
livelli, partecipa necessariamente non del potere, ma della dinamica
interna del potere, delle sue intime leggi, della sua razionalità, di quel
qualcosa di indefinibile che è l'istinto politico: «la ragione di Stato».
Ciò che possiamo ritenere del pensiero di Richelieu è che, con estrema
chiarezza, i contenuti dell'agire politico assumono, nella sua dottrina,
un carattere di elevata professionalità; è forse il primo nucleo di una
teoria della classe politica che trova il suo fondamento nella volontà dei
ceti emergenti di insinuarsi tra nobiltà e monarchia mediante il
complicato meccanismo della venalità degli uffici. Su di esso è opportuno
spendere qualche parola. L'uso è antico e il meccanismo è semplice.
Sospinta da concrete esigenze finanziarie dalla necessità di costruire un
imponente apparato burocratico, da una ideologia del dominio pubblico come
proprietà personale, la monarchia di Francia pone in vendita (a partire
dal XIV secolo) gli «uffici» relativi alle varie funzioni dello Stato;
questi uffici una volta acquistati, divengono proprietà esclusiva del
titolare, sono trasmissibili ereditariamente, danno diritto alla nobiltà.
Essi costituiscono pertanto sia un investimento economico che uno
strumento di mobilità sociale. Il fenomeno non è solo francese e anzi
investe più o meno direttamente tutte le istituzioni europee; in Francia
tuttavia esso assume una dimensione e una portata abnorme, a tal punto che
la sua accelerazione e la sua diffusione forniscono uno strumento per
misurare lo sviluppo dello Stato stesso. Basti uno sguardo alle cifre:
agli inizi del XVI secolo lo strato degli «officiers» interessa
all'incirca lo 0,4% della popolazione del regno (intendi con questa cifra
il complesso dei nuclei familiari) intorno al 1660-70 questa percentuale
sale al 33,5%. Un vero e proprio mercato, una borsa degli uffici si è
creata nella monarchia francese e con essa una salda struttura burocratica
e un modello ideologico di gestione del potere che confonde fatalmente
servizio pubblico e proprietà privata. Grandi fortune si sono così
costruite sul sistema di compravendita di questi uffici, poi anche qui le
leggi dell'economia hanno dettato i criteri dello sviluppo; l'offerta
supera la domanda, il valore degli uffici decade rapidamente e nella
seconda metà del XVII secolo tutto il sistema cambierà le sue basi. Ma
Richelieu vive al culmine di questo processo di mobilità sociale e di
costruzione dello Stato burocratico e il suo pensiero ne è fortemente
permeato. Le sue concezioni risentono di quella confusione tra servizio
pubblico e proprietà privata che riscontriamo in questa fase
dell'assolutismo. Di qui alcune evidenti contraddizioni. L'autorità
sovrana, secondo Richelieu, non può soffrire limiti; tutto l'apparato del
pluralismo feudale deve cadere di fronte all'accentramento burocratico
dello Stato, l'interesse pubblico (della monarchia) deve quindi prevalere
su quello individuale (di gruppi, comunità e forze sociali), la facoltà
del monarca nei confronti del suo ministro) è il naturale epilogo della
elaborazione teorica di Richelieu. Accanto al monarca si colloca
istituzionalmente lo Stato nella persona dell'«Fuomo di Stato». Come si
vede l'assolutismo soffre di una duplice identità. Nella speculazione
dell'ordine politico, e nella pratica di governo, Luigi XIV batte una
strada diversa da quella di Richelieu. Tra i due personaggi si collocano
le rivolte della Fronda, quindi i tormenti della guerra civile, la faida
tra i grandi, la crisi fin nelle fondamenta dello Stato e dell'autorità
monarchica, persino le minacce e i pericoli subiti dalla persona fisica
del re. Nel 1661, quando Luigi assume la pienezza dei poteri nessuna
delega sembra ormai possibile, e il monarca decide di governare
personalmente, la dottrina del «Ministeriat» soccombe e le basi teoriche
dell'assolutismo mutano. Vi è nell'attitudine politica di Re Sole un che
di regressivo e d'altra parte un elemento di novità; non è facile
distinguere questi due aspetti del suo pensiero politico che d'altra parte
ci mostrano ancora due volti della monarchia. Il pensiero e l'opera di
Luigi XIV è, per certi aspetti, la massima esaltazione della ideologia
aristocratica: dignità, gloria, onore, splendore sono le chimere che egli
persegue ossessivamente. Stato e persona fisica del monarca coincidono e
l'agire politico ha quale scopo la grandezza del trono e della casa
regnante, lo splendore della posterità. Le vicende e le condizioni
materiali dei sudditi non costituiscono materia di governo; Luigi non
riconosce interlocutori del suo potere né limiti della sua autorità e al
suo arbitrio, pertanto non vede nella legge dello Stato e nella
consuetudine dei rapporti sociali alcun ostacolo alla sua volontà e la sua
azione personale si volge anche contro l'apparato dello «Stato di Uffici».
Egli governa per mezzo di commessi (in fondo dei domestici) che ottengono
una delega sempre revocabile e sono da lui direttamente controllabili,
sono comparse, ombre del potere. A fianco degli ufficiali proprietari
delle loro cariche pubbliche si istituisce così una nuova burocrazia: è lo
Stato di commessi e di intendenti. Le convinzioni aristocratiche e
autocratiche di Re Sole trovano tuttavia inaspettati temperamenti. Il
sovrano si piega di fronte alla sua stessa dignità. Governare significa
lavorare. Il «mestiere del re» è la formula che Luigi XIV adotta per
indicare al suo successore i doveri del re nei con fronti della regalità,
doveri che consistono appunto nella piena occupazione dei propri poteri e
nella loro costante gestione. Così seppure in modo confuso, il re si piega
allo Stato e l'autocrate diviene uno strumento del potere
assoluto.
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Bossuet e la religione
della monarchia La contemplazione della
regalità e del potere suscita in Bossuet, teologo, la stessa ineffabile
profondità di emozioni che suscita il mistero del divino. Mondo morale e
leggi della politica, principi educativi e scienza della società, fede e
credo politico si intrecciano e si confondono nella esaltazione del potere
assoluto dei re. Per Bossuet il re, nella sua persona, è Dio, Dio della
terra come Javè è Dio supremo del creato. Questo re-Dio «di carne e di
sangue, di terra e di polvere» muore in quanto uomo, non importa, la
regalità vive immortale e si trasmette infinitamente, per volere divino,
nel sangue dei re. Il mondo è inconcepibile senza monarchi come il creato
senza creatore; quindi il potere dei re è parte stessa della fede e della
morale. Si tratta di un potere illimitato e l'obbedienza dovutagli è
assoluta, la rivolta è empia, la giustizia dell'autorità è assoluta, la
rivolta è ampia, la giustizia dell'autorità inappellabile. Senza la totale
concentrazione del potere nelle mani del monarca non vi è convivenza
possibile e solo l'originario disegno provvidenziale può garantire la
coerenza del potere i cui contenuti sfuggono alla mente umana. Simili
estreme declamazioni spaccano subito il giudizio su Bossuet: o si è pro o
si è contro. Allora però la dottrina e il personaggio stesso scompaiono o
si riducono a tal punto da non essere più indagabili. Per comprenderlo
riportiamo l'autore nel suo tempo e nel suo mondo. Bossuet discende
dalla nobiltà di toga e la sua famiglia è per tradizione di un ferreo
lealismo monarchico. L'uomo percorre tutti i gradini della gerarchia
sociale, raggiunge la corte, Versailles, la famiglia regia, diviene
precettore del delfino, intimo di Luigi XIV, censore dei costumi e guida
morale della nobiltà di Francia, è il tramite tra l'onnipotente senso di
dignità e di fierezza di questa nobiltà e l'universo del sentimento
religioso. Le chiavi per comprenderlo sono la sociologia religiosa e la
storia della corte di Versailles nella seconda metà del XVII
secolo. Nell'inquietudine religiosa del Seicento, Bossuet rappresenta
un caposaldo dell'ortodossia, un punto di riferimento, una guida sicura;
rappresenta la certezza della fede ed esalta, con l'onnipotenza della
parola e dell'eloquenza, quella religione della monarchia che vive nella
mentalità della Francia di Antico regime, la spoglia di ogni idolatria e
la rende limpida, indubitabile. Certo della sua verità e della sua
missione, Bossuet si sente chiamato a istruire; la verità è data, si
tratta di inculcarla. Ecco allora la seconda chiave per comprendere
l'autore; egli diviene l'educatore di una corte e di un mondo
aristocratico che ha ormai perso i contatti con il resto del paese, che
sta mutando natura e cultura così isolato come è nella Versailles di Luigi
XIV e dominato, se non sommerso, da nuovi apparati scenici
dell'assolutismo. Questo mondo, per il quale la vita materiale dei sudditi
non costituisce né materia di governo né fonte di interesse, per il quale
la persona fisica del monarca diviene progressivamente il centro di ogni
curiosità e di ogni pensiero e per il quale, infine, sacro e profano si
confondono nel rito quotidiano dell'etichetta, ritrova in Bossuet il
tramite verso una dimensione ancora umana e umanizzante che è quella della
fede. Per collocare l'autore nella dimensione qui proposta occorre
leggerne i sermoni, il Sermone sulla morte o il Sermone sul
cattivo ricco, ad esempio; poi è più agevole affrontare la lettura
della Politica tratta dalle autentiche parole della Sacra scrittura
(1677). L'opera non ha i tratti della ricerca storica: si tratta
piuttosto di una genealogia del potere. In principio un solo Dio ha
regnato sul mondo, poi è venuto l'impero paterno, il regno patriarcale,
infine i popoli si sono dati ai re, il potere racchiuso in queste forme di
governo è sempre lo stesso nella sua struttura; è il potere assoluto. In
particolare quello dei re è, per effetto della volontà divina, il più
compiuto e legale, è ragionevole e paterno poiché, così come i re
prevalgono sugli uomini, Dio prevale a sua volta sui re e perciò ha
fornito a loro gli strumenti necessari per poter discernere, giudicare e
governare. Monarca assoluto nel mondo, il re è a sua volta suddito nella
dimensione interiore della coscienza e della ragione di un potere
superiore altrettanto assoluto. Così la gerarchia dei poteri, abbozzata da
Richelieu e da Luigi XIV, procede oltre i confini della nazione e
dell'universo e il vertice della piramide sociale si trova nel cielo, il
vero potere e l'ultima giustizia sta un gradino al di sopra del monarca
assoluto. Per questa strada la dottrina assolutistica di Bossuet si
rovescia, la direzione di marcia quasi si inverte e l'enfasi declamatoria
del potere si trasforma in una dottrina della umiliazione del monarca
stesso nei confronti delle leggi morali imposte dalla fede. Il sovrano
fedele, devoto e pio, ben consapevole della sua condizione di «suddito»
dipendente da un più vasto e trascendente disegno provvidenziale, è
l'altro volto dell'assolutismo di Bossuet. Anche qui come si vede vi è un
duplice volto della monarchia e dell'assolutismo; l'incapacità di ridurre
a unità l'intero ordine politico, di dargli compiutezza e autonomia,
mostra i limiti invalicabili di questa come delle altre dottrine. Dal
canto di Bossuet spiega l'inevitabilità e l'opportunità delle
contraddizioni: «La prima legge della nostra logica consiste nel suo non
abbandonare mai le verità una volta che si sono scoperte, qualsiasi
difficoltà possa intervenire qualora si voglia conciliarle». Così si apre
il cammino della contraddizione e della umiliazione; il potere dei re è
illimitato, ma sottoposto alla legge, il dovere di obbedienza è assoluto,
ma la tirannide suscita la rivolta che distrugge ogni regno, la giustizia
dei Re è inappellabile e dura, ma deve essere clemente, la monarchia
abbisogna della magnificenza, ma il lusso è da condannare; il re è Dio in
terra, ma deve morire, il suo cuore è puro, ma solo la costante devozione
e umiliazione davanti a Dio può evitargli la perdizione e così via. È
un gioco sottile di ricatti e promesse, di concessioni e minacce, di
adulazioni e umiliazioni che, nella Francia del XVIII secolo, e alla corte
di Versailles, ha un suo significato politico. Questo comportamento e
questa ideologia tradiscono le storiche ambizioni del clero, il suo
istinto di voler occupare il primo posto nello Stato, la sua vocazione di
massimo mediatore; ma, nel profondo, questa esaltazione della monarchia è
volta alla costruzione di un potere che sia del tutto al riparo del
condominio feudale tra nobiltà e monarca, è una dottrina contro la nobiltà
che intende spezzare tutti i vincoli del contrattualismo
medioevale.
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