parte istituzionale

Corso 2000-2001

approfondimento


Roberto Moro
Tra stabilità e mutamento

 

1. Ideologia e dottrina dell'assolutismo

2. Stato di uffici e Stato di commessi

3. Bossuet e la religione della monarchia

 

Ideologia e dottrina dell'assolutismo
Problemi non facili da affrontare. Un grande dibattito è aperto in seno alla storia politica e sociale su questo argomento e ha ormai valicato i confini della cultura accademica francese sino a coinvolgere storici russi, inglesi, americani. Porchnef, poi Mousnier, poi Lublinskaya, Trevor-Roper, poi Palmer, vi sono a volta a volta intervenuti con il conforto di copiosa documentazione e di intuizioni stimolanti; la «querelle» è ancora aperta. In sostanza si tratta di sapere se il punto di partenza dell'assolutismo francese (prima metà del XVII secolo) debba identificarsi con un tentativo, da parte del potere sovrano, di garantire l'ordine feudale minacciato dai fermenti di una nuova economia, oppure se la corona, lungi dal rappresentare un elemento di resistenza, sia stata un elemento di stimolo del nuovo corso e quindi la naturale alleata dei ceti borghesi. In altri termini si tratta di sapere quale è l'intima vocazione della monarchia francese e dell'assolutismo di Francia e quale segno abbia il confronto sociale che si nasconde dietro all'ondata di rivolte contadine della prima metà del XVII secolo: nobiltà e feudalità da un lato contro monarchia e ceti borghesi, oppure nobiltà-monarchia-ceti borghesi (il «fronte della classe») contro le masse contadine sospinte dall'esasperata ricerca di un nuovo ordine economico? Il problema è da risolvere. E tuttavia un contributo importante potrebbe essere offerto dallo studio più accurato e rinnovato del pensiero politico, delle dottrine politiche, della mentalità e vocazione politica di ceti e classi sociali. È un'ipotesi di ricerca e un impegno che si segnala, ma che evidentemente qui non si può soddisfare.
Questa breve premessa e il richiamo al dibattito in corso valgono tuttavia a dare l'esatta misura delle ambiguità che si celano dietro il problema dell'assolutismo e permettono di affrontare in una giusta luce, che è quella della complessità e dell'ambiguità, il pensiero e le dottrine politiche che hanno tentato una teorizzazione del potere monarchico nella Francia del XVII secolo. Incominciamo col dire che sotto il concetto di assolutismo si celano, e per suo tramite si scoprono, dimensioni diverse e ben distinte; quelle di monarchia e di Stato le quali a loro volta hanno volti molteplici. Nel pensiero politico del XVII secolo Stato e monarchia si fronteggiano, si legano tra loro, si saldano e si identificano. Ogni strato sociale ha la sua rappresentazione della monarchia, istituto antico quanto la Francia stessa, e poi in queste concezioni solide e ben sedimentate si innestano le nuove immagini del potere, cioè dello Stato, di quel patrimonio che ha un che di astratto e collettivo e che si scinde progressivamente dalla persona fisica del monarca, dal suo dominio e patrimonio personale. È tra questi fantasmi dell'ideologia che occorre orientarsi per definire l'assolutismo, poiché in fondo il pensiero e l'ideologia dell'assolutismo è il risultato di un complicato confronto tra la nascita dell'idea di Stato e la tradizionale immagine della monarchia, un confronto nel quale quest'ultima finirà per soccombere.
Occorre innanzi tutto ricordare che in Francia l'istituto monarchico e la persona fisica del monarca stesso è, in termini di mentalità e di vissuto collettivo, una sorta di «dimensione totale» di tutto ciò che è politico. La monarchia francese è la più vecchia d'Europa e, in virtù della dinastia Carolingia, si ricollega all'antichità classica e all'idea dell'impero; essa occupa l'intero tempo storico e non esiste un modo di pensare politico che non sia (ancora nel 1789) all'interno della dimensione monarchica. Ai livelli più profondi della mentalità collettiva il re è vissuto come un'autorità quasi mitica; da sempre la sua persona, come il suo sangue, hanno carattere di sacralità; i re di Francia compiono miracoli e hanno il dono di guarire gli ammalati, sono per definizione «maìtres», cioè padroni, sono garanti e addirittura autori della convivenza sociale. Ancora: la storia di Francia è prima di tutto storia della genealogia della casa regnante e, mentalmente, il tempo storico si scandisce sui regni dei singoli monarchi.
Il patrimonio della corona è infine vissuto come un patrimonio materiale e spirituale al tempo stesso. E tutto ciò fornisce, da sempre, contenuti etici alla regalità i quali travalicano la persona fisica del singolo regnante. È dunque all'interno dell'istituto monarchico e dei contenuti etici che ad esso si collegano che lavorano giuristi e pensatori politici nell'intento di definire non solo e non tanto la natura del potere del re in astratto, ma in concreto a chi, e cioè a quale condizione sociale, il re e la regalità sono più vicini, a chi il loro sacro patrimonio più direttamente appartiene. E poiché agli occhi dei nostri autori e nella coscienza politica del tempo le dimensioni sociali sono, come si è detto, Clero, Nobiltà, Terzo Stato questa corsa all'appropriazione si compie su tre fronti, in pratica su due; si dibatte insomma per sapere se il potere sacro del re è, nella sua struttura (origine, legittimazione, modalità di gestione, ecc.), più inerente alla nobiltà o al popolo, agli ordini privilegiati o ai cittadini comuni.
Ecco almeno due volti della monarchia. Vi è un monarca aristocratico, quello della nobiltà, e vi è un altro monarca, quello più indefinibile, delle popolazioni contadine, delle grandi masse dei sudditi. La nobiltà (soprattutto quella di corte e di spada) rivendica un condominio del potere monarchico. Essa ritiene la persona del re parte integrante del primo ordine sociale in virtù di una sostanziale identità di funzioni: il monarca altro non sarebbe che un capo (per taluni addirittura eleggibile) guerriero di un ordine guerriero, insomma, essendo il re nobile, la nobiltà appartiene al monarca e il monarca alla nobiltà. I sovrani di antico regime e Luigi XVI stesso indulgono a volte in questa convinzione, ed è per questo motivo che la nobiltà trova sempre nel monarca di Francia un naturale alleato. Ai livelli più bassi e nella cultura popolare il volto della monarchia è diverso. La figura paterna e sacrale del re si impone come immagine mitica e raccoglie le speranze di giustizia e di pace degli umili, è un punto di riferimento collettivo che assicura e spiega la convivenza sociale. Vi sarebbe una vera e propria «religione della monarchia» in virtù della quale la persona fisica del re e la sua autorità diviene il baluardo contro il sopruso e la prevaricazione dei forti.
Accanto a queste visioni, così strutturalmente diverse, della monarchia tradizionale, ben sedimentate nella mentalità di Antico regime, il XVII secolo ne conosce di nuove. Esse conseguono al rapido corso della storia economica e sociale dei secoli XVI-XVII, all'affermarsi della dimensione nazionale dei mercati, all'ingigantirsi degli apparati burocratici, in definitiva all'affermarsi dello Stato moderno. Queste nuove visioni si riscontrano per lo più in quei ceti che appunto non trovano spazio nella esclusiva ideologia aristocratica e nella netta polarità del sistema della società feudale e rurale. Ecco allora la monarchia-Stato; un potere libero di organizzare la convivenza sociale in relazione al mutarsi delle condizioni di esistenza materiale nel regno, una concentrazione di potere che non conosce limiti né nella tradizione né nelle forze operanti in seno al corpo sociale, infine un potere autocratico che rivendica assoluta autonomia dalla nobiltà e dal popolo e trova il suo centro esclusivamente nella volontà razionale del monarca o addirittura nel suo libero arbitrio.
È appena il caso di ricordare che solo a partire dal XVII secolo nel pensiero giuridico e politico europeo, l'idea di stato assume dei contenuti che ne determinano, grosso modo, la dimensione moderna se non attuale. Il tradizionale potere supremo di comandare, di coercire, di imporre si connette strettamente a quello di legiferare inteso in senso nuovo come processo di invenzione e di libera elaborazione politica, come libertà di progettazione del definire le forme e i contenuti della sociabilità e libertà di produrre in modo autonomo l'architettura della convivenza, di imprimere mutamento al corpo sociale e governare il mutamento stesso.
Abbiamo così individuato almeno tre volti della monarchia di Antico regime i quali celano altrettante vocazioni politiche ed evidenziano tensioni e conflitti latenti. Al centro di questo fuoco incrociato si situa l'istituto monarchico, cioè il re stesso, la casa regnante, il governo, l'apparato che da questo dipende. Di volta in volta, a seconda dei luoghi, delle circostanze, del prevalere dell'una o dell'altra forza sociale la monarchia di Francia assume uno o più di questi volti. Le ambiguità dell'assolutismo si celano proprio qui, nella coesistenza di dimensioni molteplici all'interno dell'istituto monarchico e nella difficoltà di conciliarle. Ci si trova spesso in presenza di un gioco di specchi che rende difficile l'interpretazione; le dottrine dell'assolutismo sono articolate, diverse, contraddittorie tra loro e al loro interno. Esse riverberano tutti i problemi della transizione tra modi e produzione di organizzazione sociale e politica opposti e tuttavia in parte coesistenti.
Monarca aristocratico, monarca autocrate e libero da ogni vincolo nella gestione del potere, religione della monarchia permeano le dottrine di Richelieu, Luigi XIV, Bossuet, tutti teorici dell'assolutismo eppure assai distanti nella pratica di governo e nella storia del potere l'uno dall'altro. L'analisi delle loro dottrine può illuminare la ideologia dell'assolutismo.

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Stato d'uffici e Stato di commessi
Nel Testamento politico di Richelieu viene proposta una gerarchia sociale piuttosto articolata. Il clero naturalmente occupa il primo posto e la Nobiltà è la condizione sociale più eminente del Regno, è il «nerbo dello stato» e ne garantisce la forma monarchica; tuttavia una grave limitazione è imposta alle funzioni della aristocrazia, essa sarà esclusivamente militare e quindi la strada verso il potere politico e l'occupazione indiscriminata di quei posti nell'apparato dello Stato le è preclusa. Al di sotto di queste eminenti dignità si collocano «ufficiali di giustizia» e «ufficiali di finanza»; a loro volta queste funzioni implicano articolate gerarchie interne. Poi viene il popolo per il quale è prevista una necessaria condizione di inferiorità: «Tutti i politici sono d'accordo che qualora i popoli avessero troppo benessere, sarebbe impossibile contenerli nelle regole del loro dovere. Il fondamento di ciò è che possedendo meno conoscenze degli altri Ordini dello stato, i quali sono assai più colti e istruiti, se non fossero trattenuti da reali necessità, difficilmente potrebbero mantenersi nei principi che sono loro prescritti dalla ragione e dalle leggi. Se fossero immuni dai tributi penserebbero di esserlo anche dall'obbedienza. Occorre compararli ai muli che essendo abituati al basto, si rovinano più per un lungo riposo che non per il lavoro».
Questo rigoroso assetto gerarchico si spiega e si giustifica con la convinzione che l'organismo sociale è dominato da un solo ed esclusivo potere: quello dei re. Ciascuna condizione diviene allora un servizio, una funzione pubblica. Per Richelieu è la legge del potere a dettare l'organizzazione sociale e non viceversa. In sostanza la visione e la proposta politica di Richelieu è quella di uno «Stato di uffici» che, spezzando il rigoroso concetto di classi sociali contrapposte (proprio dell'aristocrazia) consenta il dilatarsi delle funzioni del monarca e assicuri un'unica organizzazione politica e amministrativa della collettività. È questo il punto al quale si giunge nel tentativo di mediare tra monarchia tradizionale (diciamo monarchia-potere) e la nuova visione del potere monarchico, cioè lo Stato (monarchia-Stato). Le pubbliche funzioni divengono allora parte del corpo della monarchia, propaggini della regalità. Il re, signore e padrone del regno, unico detentore del potere, cede e vende le funzioni pubbliche e chi ne è detentore si colloca nella gerarchia sociale in una posizione particolare di vicinanza o lontananza dal potere a seconda delle competenze che ha facoltà di svolgere. Il concetto di dignità personale (cioè di onore) si connette pertanto strettamente a quello di funzione pubblica: l'uomo pubblico ai vari livelli, partecipa necessariamente non del potere, ma della dinamica interna del potere, delle sue intime leggi, della sua razionalità, di quel qualcosa di indefinibile che è l'istinto politico: «la ragione di Stato». Ciò che possiamo ritenere del pensiero di Richelieu è che, con estrema chiarezza, i contenuti dell'agire politico assumono, nella sua dottrina, un carattere di elevata professionalità; è forse il primo nucleo di una teoria della classe politica che trova il suo fondamento nella volontà dei ceti emergenti di insinuarsi tra nobiltà e monarchia mediante il complicato meccanismo della venalità degli uffici. Su di esso è opportuno spendere qualche parola. L'uso è antico e il meccanismo è semplice. Sospinta da concrete esigenze finanziarie dalla necessità di costruire un imponente apparato burocratico, da una ideologia del dominio pubblico come proprietà personale, la monarchia di Francia pone in vendita (a partire dal XIV secolo) gli «uffici» relativi alle varie funzioni dello Stato; questi uffici una volta acquistati, divengono proprietà esclusiva del titolare, sono trasmissibili ereditariamente, danno diritto alla nobiltà. Essi costituiscono pertanto sia un investimento economico che uno strumento di mobilità sociale. Il fenomeno non è solo francese e anzi investe più o meno direttamente tutte le istituzioni europee; in Francia tuttavia esso assume una dimensione e una portata abnorme, a tal punto che la sua accelerazione e la sua diffusione forniscono uno strumento per misurare lo sviluppo dello Stato stesso. Basti uno sguardo alle cifre: agli inizi del XVI secolo lo strato degli «officiers» interessa all'incirca lo 0,4% della popolazione del regno (intendi con questa cifra il complesso dei nuclei familiari) intorno al 1660-70 questa percentuale sale al 33,5%. Un vero e proprio mercato, una borsa degli uffici si è creata nella monarchia francese e con essa una salda struttura burocratica e un modello ideologico di gestione del potere che confonde fatalmente servizio pubblico e proprietà privata. Grandi fortune si sono così costruite sul sistema di compravendita di questi uffici, poi anche qui le leggi dell'economia hanno dettato i criteri dello sviluppo; l'offerta supera la domanda, il valore degli uffici decade rapidamente e nella seconda metà del XVII secolo tutto il sistema cambierà le sue basi. Ma Richelieu vive al culmine di questo processo di mobilità sociale e di costruzione dello Stato burocratico e il suo pensiero ne è fortemente permeato. Le sue concezioni risentono di quella confusione tra servizio pubblico e proprietà privata che riscontriamo in questa fase dell'assolutismo. Di qui alcune evidenti contraddizioni. L'autorità sovrana, secondo Richelieu, non può soffrire limiti; tutto l'apparato del pluralismo feudale deve cadere di fronte all'accentramento burocratico dello Stato, l'interesse pubblico (della monarchia) deve quindi prevalere su quello individuale (di gruppi, comunità e forze sociali), la facoltà del monarca nei confronti del suo ministro) è il naturale epilogo della elaborazione teorica di Richelieu. Accanto al monarca si colloca istituzionalmente lo Stato nella persona dell'«Fuomo di Stato». Come si vede l'assolutismo soffre di una duplice identità. Nella speculazione dell'ordine politico, e nella pratica di governo, Luigi XIV batte una strada diversa da quella di Richelieu. Tra i due personaggi si collocano le rivolte della Fronda, quindi i tormenti della guerra civile, la faida tra i grandi, la crisi fin nelle fondamenta dello Stato e dell'autorità monarchica, persino le minacce e i pericoli subiti dalla persona fisica del re. Nel 1661, quando Luigi assume la pienezza dei poteri nessuna delega sembra ormai possibile, e il monarca decide di governare personalmente, la dottrina del «Ministeriat» soccombe e le basi teoriche dell'assolutismo mutano. Vi è nell'attitudine politica di Re Sole un che di regressivo e d'altra parte un elemento di novità; non è facile distinguere questi due aspetti del suo pensiero politico che d'altra parte ci mostrano ancora due volti della monarchia. Il pensiero e l'opera di Luigi XIV è, per certi aspetti, la massima esaltazione della ideologia aristocratica: dignità, gloria, onore, splendore sono le chimere che egli persegue ossessivamente. Stato e persona fisica del monarca coincidono e l'agire politico ha quale scopo la grandezza del trono e della casa regnante, lo splendore della posterità. Le vicende e le condizioni materiali dei sudditi non costituiscono materia di governo; Luigi non riconosce interlocutori del suo potere né limiti della sua autorità e al suo arbitrio, pertanto non vede nella legge dello Stato e nella consuetudine dei rapporti sociali alcun ostacolo alla sua volontà e la sua azione personale si volge anche contro l'apparato dello «Stato di Uffici». Egli governa per mezzo di commessi (in fondo dei domestici) che ottengono una delega sempre revocabile e sono da lui direttamente controllabili, sono comparse, ombre del potere. A fianco degli ufficiali proprietari delle loro cariche pubbliche si istituisce così una nuova burocrazia: è lo Stato di commessi e di intendenti.
Le convinzioni aristocratiche e autocratiche di Re Sole trovano tuttavia inaspettati temperamenti. Il sovrano si piega di fronte alla sua stessa dignità. Governare significa lavorare. Il «mestiere del re» è la formula che Luigi XIV adotta per indicare al suo successore i doveri del re nei con fronti della regalità, doveri che consistono appunto nella piena occupazione dei propri poteri e nella loro costante gestione. Così seppure in modo confuso, il re si piega allo Stato e l'autocrate diviene uno strumento del potere assoluto.

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Bossuet e la religione della monarchia
La contemplazione della regalità e del potere suscita in Bossuet, teologo, la stessa ineffabile profondità di emozioni che suscita il mistero del divino. Mondo morale e leggi della politica, principi educativi e scienza della società, fede e credo politico si intrecciano e si confondono nella esaltazione del potere assoluto dei re. Per Bossuet il re, nella sua persona, è Dio, Dio della terra come Javè è Dio supremo del creato. Questo re-Dio «di carne e di sangue, di terra e di polvere» muore in quanto uomo, non importa, la regalità vive immortale e si trasmette infinitamente, per volere divino, nel sangue dei re. Il mondo è inconcepibile senza monarchi come il creato senza creatore; quindi il potere dei re è parte stessa della fede e della morale. Si tratta di un potere illimitato e l'obbedienza dovutagli è assoluta, la rivolta è empia, la giustizia dell'autorità è assoluta, la rivolta è ampia, la giustizia dell'autorità inappellabile. Senza la totale concentrazione del potere nelle mani del monarca non vi è convivenza possibile e solo l'originario disegno provvidenziale può garantire la coerenza del potere i cui contenuti sfuggono alla mente umana.
Simili estreme declamazioni spaccano subito il giudizio su Bossuet: o si è pro o si è contro. Allora però la dottrina e il personaggio stesso scompaiono o si riducono a tal punto da non essere più indagabili. Per comprenderlo riportiamo l'autore nel suo tempo e nel suo mondo.
Bossuet discende dalla nobiltà di toga e la sua famiglia è per tradizione di un ferreo lealismo monarchico. L'uomo percorre tutti i gradini della gerarchia sociale, raggiunge la corte, Versailles, la famiglia regia, diviene precettore del delfino, intimo di Luigi XIV, censore dei costumi e guida morale della nobiltà di Francia, è il tramite tra l'onnipotente senso di dignità e di fierezza di questa nobiltà e l'universo del sentimento religioso. Le chiavi per comprenderlo sono la sociologia religiosa e la storia della corte di Versailles nella seconda metà del XVII secolo.
Nell'inquietudine religiosa del Seicento, Bossuet rappresenta un caposaldo dell'ortodossia, un punto di riferimento, una guida sicura; rappresenta la certezza della fede ed esalta, con l'onnipotenza della parola e dell'eloquenza, quella religione della monarchia che vive nella mentalità della Francia di Antico regime, la spoglia di ogni idolatria e la rende limpida, indubitabile. Certo della sua verità e della sua missione, Bossuet si sente chiamato a istruire; la verità è data, si tratta di inculcarla. Ecco allora la seconda chiave per comprendere l'autore; egli diviene l'educatore di una corte e di un mondo aristocratico che ha ormai perso i contatti con il resto del paese, che sta mutando natura e cultura così isolato come è nella Versailles di Luigi XIV e dominato, se non sommerso, da nuovi apparati scenici dell'assolutismo. Questo mondo, per il quale la vita materiale dei sudditi non costituisce né materia di governo né fonte di interesse, per il quale la persona fisica del monarca diviene progressivamente il centro di ogni curiosità e di ogni pensiero e per il quale, infine, sacro e profano si confondono nel rito quotidiano dell'etichetta, ritrova in Bossuet il tramite verso una dimensione ancora umana e umanizzante che è quella della fede. Per collocare l'autore nella dimensione qui proposta occorre leggerne i sermoni, il Sermone sulla morte o il Sermone sul cattivo ricco, ad esempio; poi è più agevole affrontare la lettura della Politica tratta dalle autentiche parole della Sacra scrittura (1677).
L'opera non ha i tratti della ricerca storica: si tratta piuttosto di una genealogia del potere. In principio un solo Dio ha regnato sul mondo, poi è venuto l'impero paterno, il regno patriarcale, infine i popoli si sono dati ai re, il potere racchiuso in queste forme di governo è sempre lo stesso nella sua struttura; è il potere assoluto. In particolare quello dei re è, per effetto della volontà divina, il più compiuto e legale, è ragionevole e paterno poiché, così come i re prevalgono sugli uomini, Dio prevale a sua volta sui re e perciò ha fornito a loro gli strumenti necessari per poter discernere, giudicare e governare. Monarca assoluto nel mondo, il re è a sua volta suddito nella dimensione interiore della coscienza e della ragione di un potere superiore altrettanto assoluto. Così la gerarchia dei poteri, abbozzata da Richelieu e da Luigi XIV, procede oltre i confini della nazione e dell'universo e il vertice della piramide sociale si trova nel cielo, il vero potere e l'ultima giustizia sta un gradino al di sopra del monarca assoluto.
Per questa strada la dottrina assolutistica di Bossuet si rovescia, la direzione di marcia quasi si inverte e l'enfasi declamatoria del potere si trasforma in una dottrina della umiliazione del monarca stesso nei confronti delle leggi morali imposte dalla fede.
Il sovrano fedele, devoto e pio, ben consapevole della sua condizione di «suddito» dipendente da un più vasto e trascendente disegno provvidenziale, è l'altro volto dell'assolutismo di Bossuet. Anche qui come si vede vi è un duplice volto della monarchia e dell'assolutismo; l'incapacità di ridurre a unità l'intero ordine politico, di dargli compiutezza e autonomia, mostra i limiti invalicabili di questa come delle altre dottrine. Dal canto di Bossuet spiega l'inevitabilità e l'opportunità delle contraddizioni: «La prima legge della nostra logica consiste nel suo non abbandonare mai le verità una volta che si sono scoperte, qualsiasi difficoltà possa intervenire qualora si voglia conciliarle». Così si apre il cammino della contraddizione e della umiliazione; il potere dei re è illimitato, ma sottoposto alla legge, il dovere di obbedienza è assoluto, ma la tirannide suscita la rivolta che distrugge ogni regno, la giustizia dei Re è inappellabile e dura, ma deve essere clemente, la monarchia abbisogna della magnificenza, ma il lusso è da condannare; il re è Dio in terra, ma deve morire, il suo cuore è puro, ma solo la costante devozione e umiliazione davanti a Dio può evitargli la perdizione e così via.
È un gioco sottile di ricatti e promesse, di concessioni e minacce, di adulazioni e umiliazioni che, nella Francia del XVIII secolo, e alla corte di Versailles, ha un suo significato politico. Questo comportamento e questa ideologia tradiscono le storiche ambizioni del clero, il suo istinto di voler occupare il primo posto nello Stato, la sua vocazione di massimo mediatore; ma, nel profondo, questa esaltazione della monarchia è volta alla costruzione di un potere che sia del tutto al riparo del condominio feudale tra nobiltà e monarca, è una dottrina contro la nobiltà che intende spezzare tutti i vincoli del contrattualismo medioevale.

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